Da qualche anno è attiva la Rete dei Licei delle Marche (per le discipline di Latino e Greco), di cui la scuola capofila è il Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Jesi. L’idea è stata subito apprezzata e sostenuta da molte scuole, alle quali – in particolare ai referenti – va un sincero ringraziamento per le idee condivise e la collaborazione.
È indubbio che “lavorare in rete” sia uno dei valori più importanti, soprattutto nel nostro tempo ed è anche il modo ideale per vivere la scuola: i primi gradi di istruzione lo sperimentano con efficacia da tempo (per esempio la scuola dell’infanzia e la scuola primaria), man mano che gli studenti crescono, però, si trovano in una realtà più difficoltosa da questo punto di vista. La scuola secondaria di 1° grado ha un bella tradizione di collaborazione tra docenti, ma nella scuola secondaria di 2° grado la collaborazione è più complicata e di fatto si realizza raramente nella sua dimensione più coinvolgente e stimolante.
Solo alcuni spunti di riflessione sui motivi di tale difficoltà:
- Secondo me, “lavorare insieme” non coincide con il vero significato della “rete” (ed è già raro semplicemente lavorare insieme)
- Allo stesso modo, l’aspirazione ad un generico “basta andare d’accordo” non è una soluzione perché tralascia le legittime esigenze dei singoli e ignora i naturali conflitti che si sviluppano in qualunque comunità
- Il vantaggio del “lavorare in rete” è quello di vivere la fraternità e, contemporaneamente, di diminuire le risorse spese da ciascuno, ottenendo un risultato maggiore per tutti (è classico l’esempio del sollevamento di un peso)
- Il “risultato maggiore per tutti” nella scuola, secondo me, è un miglioramento del sistema e un progresso delle conoscenze
- Il problema di fondo è la “costruzione del consenso”, un tema assolutamente emergenziale nel nostro tempo, parcellizzato e radicalizzato in tutte le posizioni, che si autolegittimano soltanto per il fatto di esistere
- L’atteggiamento tipico di molti insegnanti oscilla tra “non voglio cambiare le mie abitudini” e “se anche volessi, non saprei come cambiarle”
- I risvolti di queste premesse sono tanti e si potrebbero approfondire, ma c’è un punto che ritengo dirimente e attuale: per “lavorare in rete” bisogna parlare lo stesso linguaggio. Ovvero: sostenere valori simili, nutrire aspettative simili, aver maturato prerequisiti simili; allora si può costruire qualcosa di nuovo e di superiore rispetto allo status quo, sperimentando la bellezza di “lavorare insieme”
- Che ne pensi?

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